venerdì 20 ottobre 2017

"Oltre il ponte", la canzone sulla Resistenza scritta da Italo Calvino e musicata da Sergio Liberovici

Il 23 settembre 2017, in occasione del 25° dell’Istresco, venne cantata al museo civico di Treviso una delle più belle canzoni dedicate alla Resistenza italiana: Oltre il ponte (testo di Italo Calvino, musica di Sergio Liberovici).
Per motivi tecnico-burocratici, la registrazione non è stata pubblicata nelle pagine web dell’Istituto.
Pubblico qui la versione originale cantata da Pietro Buttarelli, ripresa da Cantacronache - 3,1959.
Certo non ha la freschezza dell’esecuzione dal vivo, accompagnata dalla fisarmonica, ma ha pur sempre il fascino della “prima edizione”.


La copertina è tratta dal blog http://memoryssubmarine.blogspot.it/2013/03/ in cui sono riportati anche testi e spartiti delle quattro canzoni che compongono il vinile originale nonché il commento sul lavoro dei "Cantacronache" - presente sul retro della copertina - di Ferruccio Parri (primo presidente del Consiglio dell'Italia liberata):

[...] L'interesse grande del loro nuovo canzoniere partigiano nasce anzitutto dalla dimostrazione che una lotta popolare e nazionale di liberazione è diventato fatto fondamentale della storia del popolo quando se ne impadroniscono i giovani. Vi è connesso poi un interesse quasi tecnico, quasi letterario rappresentato dalla traduzione poetica della resistenza che ad essi suggerisce l'aura nella quale vivono; forse un poco più semplice, più distaccato, più serena.
Sia come voi volete, sia come voi sentite, amici. Il 1945, il 1948 hanno lasciato una consegna sospesa. Benedetto chi la raccoglie.   Vive nel canto la speranza

Sul gruppo dei Cantacronache  — «Michele Luciano Straniero, Sergio Liberovici, Emilio Jona, Fausto Amodei, Margherita Galante Garrone (Margot) [...] a cui si aggiunsero, con le loro collaborazioni, scrittori e poeti come Mario Pogliotti, Franco Fortini, Italo Calvino, Umberto Eco e Gianni Rodari»  —  vedi Chiara Ferrari, Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica, "Storicamente", 9 (2013), no. 42. DOI: 10.12977/stor495

"Oltre il Ponte" - Testo
O ragazza dalle guance di pesca,
O ragazza dalle guance d'aurora,
Io spero che a narrarti riesca
La mia vita all'età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
La città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada dei monti.
Silenziosi sugli aghi di pino,
Su spinosi ricci di castagna,
Una squadra nel buio mattino
Discendeva l'oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
Ad assaltar caposaldi nemici
Conquistandoci l'armi in battaglia
Scalzi e laceri eppure felici.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l'altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent'anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l'amore.
Non è detto che fossimo santi,
L'eroismo non è sovrumano,
Corri, abbassati, dài, balza avanti,
Ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
Dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
L'avvenire d'un mondo più umano
E più giusto, più libero e lieto.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l'altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent'anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l'amore.
Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d'allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell'aurora.

martedì 1 agosto 2017

La fucilazione dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini ai bordi della Callalta, a Fagarè.

Le schede dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini
 nell'elenco caduti della divisione Sabatucci. (Aistresco, b. 24)
Bavaresco Luigi di Gaudio [e Guadagnin Teresa], nato a Padernello nel 1925. 
Domicilio a Padernello. Caduto il 28 Marzo 1945 a Fagarè. (Nome di battaglia "Grifone").
Gasparini Giovanni di Giuseppe e di Moro Luigia, nato a Paese nel 1923 
(nome di battaglia: "Nani"). Domiciliato a Padernello di Paese. 
Caduto a Fagarè il 28 Marzo 1945. Fatto d'arme (per entrambi):
«Catturato in un'imboscata tesagli dalle bb.nn. nella zona di Padernello, veniva
successivamente tradotto a Fagarè e vilmente trucidato».
Il 28 marzo 1945 (mercoledì santo), alle sei di mattina, tre partigiani rinchiusi in una cella dei sotterranei del collegio Pio X a Treviso - Luigi Bavaresco, F.A. e Giovanni Gasparini - furono prelevati dalle brigate nere e fatti salire su un camion. Direzione Oderzo, dove in quel giorno si sarebbe celebrato il funerale dei tre fascisti uccisi dai partigiani il precedente sabato 24 marzo sul rettifilo della Callalta in territorio di Fagarè, non molto lontano dal sacrario della Prima guerra mondiale.
I tre fascisti erano:
- Arrigo Bernardi, nato a Oderzo nel 1896, mazziniano, studioso di storia locale, fondatore e direttore dell’Università Popolare (poi Istituto Fascista di Cultura), conferenziere. Nella vita civile segretario economo del comune di Oderzo, durante la guerra capitano d’artiglieria.
Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i primi a riaprire la Federazione fascista di Treviso, un paio di giorni dopo che 5000 soldati italiani disarmati erano stati fatti sfilare dai tedeschi dalla caserma De Dominicis per viale Luzzatti e le vie del centro fino alla stazione dei treni: destinazione Germania, su vagoni piombati. Responsabile provinciale dell'Ufficio Stampa e Propaganda (Audacia, n. 2, 6.XI.1943), membro del comando della G.N.R. di Treviso, Bernardi prestava servizio come capitano presso la caserma Salsa.
- Lea Forcellini Bortoluzzi, nata a Longarone nel 1902, maestra elementare, ausiliaria e impiegata presso la Federazione Fascista Repubblicana di Treviso.
- Corrado Piccione, nato nel 1900 ad Avola (SR), direttore didattico a Oderzo, fascista della prima ora con alle spalle diversi e importanti incarichi nel partito fra cui quello di segretario provinciale del PNF. Piccione, tenente della XX Brigata Nera “Amerino Cavallin” e direttore di Audacia, l’organo della brigata, era un granitico propagandista del fascismo. Lo fu fino all’ultimo articolo (pubblicato il giorno della sua morte), che così terminava: «Chi osa dubitare, se il Duce è sempre in testa a noi? Lo ha detto: “ Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi!”. E noi lo seguiamo il Duce nostro, con lo stesso ardore di sempre, fino ai limiti del mondo, col dono della vita e della morte, per l’onore e la gloria della Patria immortale!”[1].
L’intenzione delle BB.NN. era di uccidere i tre volontari della libertà nei dintorni di Oderzo, per pareggiare i conti.

I morti di Fagarè secondo il parroco don Pietro Martini:
i " noti fascistoni" (Corrado Piccione, Arrigo Bernardi e Lea Bortoluzzi-Forcellini)
"assassinati nella strada Callalta" e i "due giovani di Padernello" (Bavaresco luigi e Gasparini Giovanni)
uccisi per rappresaglia sui campi di Pietro Dametto.
(''Cronistorie di guerra ... 1939-1945. Le relazioni dei parroci... ",  
a c. di Erika Lorenzon, pp. 990-91 - DVD allegato )

Dalla testimonianza di F.A., partigiano scampato alla fucilazione. [2]

Arrivati al ponte di Bocca Callalta [3] fu però impossibile proseguire a causa del Piave in piena. Il camion allora svoltò a destra, prendendo la strada sull’argine, diretto alla passerella di S. Andrea di Barbarana. Ma anche qui la violenza dell’acqua, che aveva sommerso la passerella, rendeva impraticabile il transito.
All'imboccatura della passerella c'era «una macchina nera, una di quelle macchine tedesche di una volta, con dentro quattro persone. Noi siamo rimasti sul camion mentre il tenente è sceso ed è andato a parlare con loro».
Non restava che tornare indietro. Se non era possibile consumare la vendetta nella città dove erano vissuti e stavano per essere sepolti i camerati, poteva andar bene anche il luogo in cui essi erano stati uccisi.
Il camion infatti si fermò sulla Callalta, poco distante da una stradina che sul lato sinistro si inoltrava nella campagna lavorata da Pietro Dametto e un centinaio di metri prima del punto in cui - sul lato destro, in direzione Treviso - erano stati uccisi i fascisti.




Il rettifilo della Callalta (S.R. 53 "Postumia") in territorio di Fagarè dove il 24 marzo 1945
furono uccisi i fascisti Arrigo Bernardi, Lea Forcellini e Corrado Piccione
e il 28 marzo 1945, per rappresaglia, i partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
Va da sé che il panorama all'epoca non era così spoglio e i bordi della strada maestra e delle stradine
interpoderali erano delimitati da siepi, dietro le quali, malgrado si fosse ancora all'inizio della primavera 
e la fogliazione fosse ridotta, si poteva agevolmente trovare riparo.

Bavaresco, F.A. e Gasparini furono fatti scendere dal camion. Erano come in trance, silenziosi, non un gesto di ribellione, non un grido né un lamento: sapevano quale fosse il loro destino.
Lo sapevano fin dal momento in cui si erano rifiutati di continuare la guerra con il duce. Lo sapevano da quando avevano iniziato ad agire contro fascisti e tedeschi, invece che starsene nascosti in attesa che tutto passasse.
I tre, sospinti dai mitra stavano per incamminarsi verso la morte quando il comandante dei fascisti bloccò F.A.: «No, questo teniamolo, perché dobbiamo interrogarlo ancora». Uno dei giovanissimi brigatisti protestò: «Ma come, lui no? E perché? E' figlio di questo o di quell'altro? E' un privilegiato... [4]», poi mi ha preso, mi ha dato un calcio in culo e mi ha buttato su nel camion, ricorda F.A..
Dopo un po’ una sventagliata di mitra poneva fine alla vita di Bavaresco e Gasparini. Pochi minuti ancora e F.A. vide ritornare i due-tre giovanissimi militi che avevano eseguito la condanna a morte. «Sono saliti bestemmiando e imprecando contro di me, e siamo ritornati al Pio X».
F.A. sarà rimesso in libertà alcuni giorni dopo, senza alcun ulteriore interrogatorio.

Cippi partigiani in provincia di Treviso - 
Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini i due partigiani di Padernello (Paese TV)
assassinati a Fagarè dalle brigate nere, il 28 marzo 1945.
Iscrizione alla base del cippo eretto alla loro memoria. (Foto: 4.12.2016)

Cippi partigiani in provincia di Treviso - 
Domenica 24 marzo 1946 fu inaugurato il cippo partigiano
a ricordo di Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
 (Il Gazzettino, 21.3.1946)

F.A., che fino al rastrellamento del '44 era stato in montagna con la brigata Mazzini, era stato fermato da un giovanissimo milite delle brigate nere in via Palestro a Treviso una decina di giorni prima delle uccisioni di Fagarè mentre, da solo e privo di documenti, stava recandosi all’ospedale di San Leonardo per una visita medica. Portato al Pio X, fu sottoposto a un duro interrogatorio a base di frustate con nerbo di bue da parte dei brigatisti (ed ex partigiani) "Lince" (Giorgio Brevinelli) e "Stilli" (Paolo Borea) [5].
F.A. ritiene di essersi salvato dalla fucilazione per il prodigarsi della madre, Giuseppina Carnio, che gestiva un frequentato bar nell'ex casello del dazio a Porta Calvi. Immediatamente dopo la cattura del figlio, Pina del bar - così era conosciuta - era infatti andata a bussare a tutte le porte di chi in qualche modo avrebbe potuto tirarlo fuori dal carcere. «Ogni giorno in un ufficio o in un altro o in un altro ancora, a dire che ero innocente, che ero giovane, che qua e che là. I sacrifici che ha fatto mia madre… una doppia vita, ecco, mi ha regalato!»[6].

La relazione con cui le brigate nere di Treviso falsificarono
le modalità dell'uccisione dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
(Aistresco, b. 15, fasc. "Raccolta informazioni sull'attività ribellistica... ".)

Del tutto falsa, come spesso accadeva, la ricostruzione da parte delle brigate nere della morte di Bavaresco e Gasparini.
In una relazione datata 28 marzo 1945 e indirizzata ai vari comandi delle BB.NN., della GNR, nonché alla Sicherheitsdienst (SD, Servizio di Sicurezza) e alla gendarmeria tedesca, l’Ufficio Operazioni e Addestramento del comando della XX Brigata Nera riferisce sulle operazioni effettuate in provincia di Treviso nei giorni 23-24-25 marzo 1945 [6]. Fra di esse, quella avvenuta nel pomeriggio di domenica 25 marzo a Padernello di Paese dove «venivano catturati due partigiani armati di fucile e precisamente Gasparini Luigi e Bavaresco non meglio identificato». Dopo la cattura, «avendo i suddetti dichiarato di conoscere in S. Biagio di C. la località ove si celavano altri partigiani, mentre le squadre erano impegnate nel rastrellamento tentavano la fuga.
Accortisi della cosa i componenti la squadra aprivano il fuoco, intimando loro di fermarsi. Visti inutili i richiami i due furono feriti in modo tale che successivamente decedevano».
Oltre alla storpiatura dei nomi, nell’informativa fascista vengono unificate in un’unica data le catture dei due partigiani, frutto invece di due rastrellamenti: sabato 24 fu preso Bavaresco e domenica 25 Gasparini [7]. La loro uccisione figura inoltre avvenuta già a Padernello, in seguito a un tentativo di fuga. San Biagio di Callalta, comune di cui fa parte Fagarè (località in cui Bavaresco e Gasparini furono effettivamente fucilati), viene citata solo di sfuggita, come esito di una possibile delazione.
Di fatto, la nota delle brigate nere altro non è che un goffo tentativo di ingarbugliare le carte, cercando di allontanare da sé ogni responsabilità, nella consapevolezza dell’ormai vicina e definitiva resa dei conti.


Il sonetto dedicato da Luciano Desiderà (''il compagno Vich'') il 7.10.1946
al partigiano Luigi Bavaresco su patrioti della marca, il settimanale Anpi provinciale
di Treviso che aveva iniziato le pubblicazioni l'11 luglio 1946.
Dal 13.2.1947 cambierà il nome in La Nuova Strada, per cessare le pubblicazioni nel 1948.

Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini, i due partigiani uccisi a Fagarè, ricordati
sul settimanale dell'Anpi di Treviso La Nuova Strada (27.3.1947)
dal partigiano  Luciano Desiderà, comandante del btg. Cattarin della brg. Bavaresco.

Testata partigiana - 
Testata  di ''La Nuova Strada'', settimanale dell'Anpi di Treviso,
continuazione (dal 13.2.1947) di ''patrioti della marca'' - Cesserà le pubblicazioni nel 1948.
Direttore per quasi tutto il periodo di pubblicazione il partigiano del PCI  Remo Casadei.
L'ultimo numero presente nella collezione dell'Archivio Istresco è invece firmato da Giorgio Trentin.

Testata partigiana - 
Testata di ''patrioti della marca'' il settimanale dei partigiani di Treviso
che inizia le pubblicazioni l'11 luglio 1946
e che da 13.2.1947 diventerà ''La Nuova Strada''.

Note

[1] Le  notizie biografiche su Bernardi, Forcellini e Piccione sono tratte da Maistrello, Op. cit. (pp. 126-127) .
Per la sfilata dei cinquemila soldati italiani diretti in Germania, cfr. Teodolfo Tessari, “La città nella storia”, in Treviso nostra, ediz. 1980, vol. 1, pp. 143-144.
Per i cenni biografici di Bernardi pre-Otto settembre, cfr. il libro del figlio Ulderico, Un’infanzia nel ’45… , pagine 43 e 147. Nello stesso volume (pp. 47-49) Ulderico Bernardi ricostruisce anche la dinamica dell’agguato in cui venne ucciso suo padre.
L’esecuzione di Bernardi, Forcellini e Piccione è ricordata nei diari storici di due brigate partigiane garibaldine:
- Brg. “Cacciatori della Pianura”: «24.3.45 - Nelle vicinanze di S. Biagio di Callalta venivano giustiziati i fascisti, criminali di guerra:  Piccione Corrado, Bernardi Arrigo e Forcellini Lea».
(Istresco, Diari storici… , p. 228).
- Brg. “Pompeo Pivetta”: «Marzo 1945 - Giorno imprecisato - ore 16 - stradale Ponte di Piave eliminazione tre spie fasciste. (Istresco, Diari storici… , p. 591).
[2] Il testimone ha chiesto, per questa pubblicazione sul Web, di restare anonimo; o meglio, che venissero riportate solo le iniziali del suo cognome e nome. La sua identità è tuttavia facilmente individuabile nella ricostruzione dei fatti di Fagarè da parte di Federico Maistrello in Partigiani e nazifascisti nell’Opitergino… , pp. 126-131.
[3] Il ponte sul Piave di Bocca Callalta fu oggetto, fra il 1944 e la fine della guerra, di oltre 120 incursioni con sganciamento di bombe da parte degli aerei alleati, che infierirono inoltre con «mitragliamenti e cannoneggiamenti a obiettivi mobili e alla fornace Bertoli». Relazione del parroco don Pietro Martini, in Cronistorie di guerra… , p. 988.
[4] Questo passaggio della testimonianza di F.A.è significativo. Il giovane milite delle BB.NN. si rendeva conto che dietro l’inattesa clemenza nei confronti del partigiano c’era la mano di qualche autorevole personaggio (che magari, con tale gesto, già pensava a come accreditarsi con i prossimi vincitori). Ed era altresì consapevole che nessuno sarebbe intervenuto in suo favore nel momento in cui i fucili sarebbero stati puntati contro di lui. (Difatti due dei fucilatori di Bavaresco e Gasparini - di cui uno, Omero Bertini era noto come Bagonghi  - saranno giustiziati dai partigiani alla cartiera di Mignagola. Maistrello, Op. cit. p. 129).
Per i militi di Fagarè, ma anche per gli altri brigatisti che si consideravano gli ultimi fedelissimi del duce rimasti a combattere “sul campo dell’onore”, riteniamo valga il ragionamento di Brunetta riferito ai reparti della GNR “Romagna” e “Bologna” giunti nel Trevigiano tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945. Costoro erano formati da «militi profughi da zone già occupate dall’avanzata Alleata con la conseguenza facilmente comprensibile che […] avevano già bruciato i vascelli alle loro spalle e si battevano quindi con la ferocia che nasce dalla disperazione». (Ernesto Brunetta, Prefazione a Maistrello, Op. cit. p. 12).
Concetto ripreso da Dianella Gagliani nella prefazione del volume di Maistrello sulla XX Brigata Nera: « [...] Colpisce l’inserimento nella brigata Nera “Cavallin” di ex partigiani […] . Che si arruolino a forza dei resistenti dopo averli sottoposti a sevizie che li avevano degradati a delatori, per ulteriormente degradarli e condurli a operazioni infamanti contro i loro ex compagni, rappresenta una vicenda che merita ogni nostra attenzione […].
Senza alcun dubbio l’ingaggio di ‘Lince’, di ‘Nina’, di ‘Giraffa’ e di altri condusse a una escalation della violenza: anch’essi del resto, come i fascisti toscani o emiliani o romani giunti al Nord, si trovarono a essere in un certo senso sradicati dal loro retroterra; anch’essi avevano bruciato i vascelli alle loro spalle e non avevano più nulla da perdere. È anche questa una pagina che deve farci riflettere sui regimi che incentivano tali forme di sradicamento e snaturamento. Come deve farci riflettere il fatto che l’epurazione  al termine della guerra colpì soprattutto i ‘Lince’ e i ‘Nina’, mentre tanti altri - la stragrande maggioranza - non furono raggiunti dalla giustizia o finirono per espiare pene irrisorie».
[5] Ascolta la testimonianza di F.A. sui consigli di un compagno di prigionia per resistere alle torture durante l'interrogatorio.
[6] Registrazione effettuata da Camillo Pavan nell’abitazione del testimone F.A. a Treviso; clip 008 del 2.12.2016 e file audio 16120205 (stessa data) e 16121202 del 12 dicembre 2016.
Le modalità della cattura e dell’uccisione di Bavaresco e Gasparini sono riportate da Federico Maistrello in Partigiani e nazifascisti nell’Opitergino…. , pp. 128-131. La ricostruzione si basa sulle deposizioni rese alla Corte d’Assise Straordinaria di Treviso dal padre di Bavaresco (Gaudio) - sentenza 7/45 del 16 giugno 1945; di Brevinelli "Lince" e del partigiano Francesco Neri - sentenza n. 19/45 del 4 luglio 1945. (Maistrello, Op. cit., note a p. 138).
Assai ricca di particolari la deposizione di Francesco Neri resa il 15 giugno 1945. (Maistrello, Op. cit., p. 129).
In essa si afferma che F. A. era stato arrestato da "Stilli" a Pieve di Soligo il 23 marzo e che portato a Treviso nel carcere della Federazione, dopo le consuete violenze e sevizie, era stato lasciato "per tre notti all'aperto, legato ad un palo al centro del cortile dell'edificio" e successivamente portato al Pio X dove, dopo un nuovo pestaggio era stato messo in cella con Bavaresco e Gasparini. A Fagarè, portato sul luogo dell’esecuzione, F.A. era già stato "appoggiato a un palo" e aveva i fucili puntati “quando qualcuno dei presenti si accorse che era stato commesso un errore di persona” [nel senso che su quel palo, destinato alla fucilazione, sarebbe dovuto esserci lo stesso Neri]. F.A. venne allora ricondotto al camion, a suon di calci e pugni.
Le affermazioni di Neri, tuttavia, secondo quanto più volte ribadito da F.A., su precise domande in merito dell'intervistatore, (file audio 16121202, 21:07-27:30 e 37:17-45:10) sono in gran parte smentite dal diretto interessato, in particolare nei passaggi più "suggestivi".
F. A. afferma infatti di non essere stato arrestato a Pieve di Soligo ma a Treviso, di non essere mai stato portato in Federazione e lasciato tre notti all'aperto e che, nei momenti dell'esecuzione di Bavaresco e Gasparini, non si allontanò mai dal camion delle BB.NN.
Per quale motivo Francesco Neri abbia reso una falsa testimonianza non si può sapere, ma è facile intuire che, nel clima surriscaldato del "processo in diretta" della CAS, abbia voluto accentuare la crudeltà del nemico per vendicarsi delle frustate a colpi di nerbo di bue con cui, incarcerato al Pio X, era stato colpito dagli squadristi "Lince" e Italo Gerardi proprio alla vigilia della fucilazione di Bavaresco e Gasparini. (Maistrello, Op. cit. p. 130).
[7] Aistresco, b. 15, fasc. “Raccolta relazioni sull’attività ribellistica per la relazione mensile (1945) - S/14”, s. fasc. “Relazioni Comando XX Brigata Nera”.
[8] Maistrello, Op. cit, p. 128.

La bandiera della brigata partigiana garibaldina (a guida comunista)
intitolata a Luigi Bavaresco, ucciso a Fagarè ai bordi della Callalta il 28 marzo 2015.
(Mario Altarui, Treviso nella Resistenza)